LE RIVOLTE ARABE COME INNOVAZIONE POLITICA di Roberto Menotti.
LE RIVOLTE ARABE COME INNOVAZIONE POLITICA
Roberto Menotti
Una vignetta pubblicata dal New York Times nel gennaio 2011 ritrae un panel del World Economic Forum di Davos dal titolo “What’s the next crisis we’ll not anticipate and totally miss?”. Quel titolo apparentemente scherzoso allude a due concetti rilevanti per interpretare le transizioni arabe, tuttora in corso e dagli esiti assai incerti: non saper prevedere con esattezza la prossima crisi è fisiologico (perché ogni crisi è il prodotto di dinamiche non lineari), ma mancare una crisi (cioè non avere la capacità di reagire ad essa e coglierne le opportunità) è patologico.
L’operazione più utile per gli osservatori interessati e per gli stessi decisori politici non è scommettere in blocco su un esito o uno scenario possibile con l’atteggiamento di chi gioca alla roulette, “o la va o la spacca”; si tratta piuttosto di comprendere le tendenze di fondo in cui inserire i dettagli contingenti e gli eventi (o le personalità) imprevedibili. A questo fine, l’analisi che segue cerca di interpretare le rivolte arabe come un caso di innovazione.
L’innovazione e l’arte del possibile (adiacente)
Come suggerisce una vasta letteratura sui fenomeni dell’innovazione (nelle sue molte varianti scientifiche, tecnologiche, artistiche, sociali, politiche), tali fenomeni sono evolutivi nel senso darwiniano del termine. Non si tratta soltanto di una metafora – l’evoluzione come selezione, competizione di idee, etc. – ma di un’ampia categoria di dinamiche che comprende, oltre a quelle biologiche, anche quelle culturali. Nell’esplorare gli spazi dell’innovazione possibile, gli organismi viventi sperimentano soluzioni ai problemi che hanno di fronte e, nel tempo, selezionano quelle che li fanno sopravvivere (o meglio, che fanno sopravvivere la loro specie mediante la replicazione). Il legame tra il livello fisico-biologico e il livello sociale-culturale è sempre stato problematico per l’analisi dei comportamenti umani, anche perché la logica darwiniana (la selezione “cieca” per tentativi casuali) sembra contrastare con il libero arbitrio. Tuttavia, un crescente filone di studi – fortemente interdisciplinare – sta fornendo risposte a molti quesiti[1].
Lo scienziato (tra i fondatori delle teorie del caos) Stuart Kauffman ha denominato “adiacente possibile” le ricombinazioni che danno vita a nuove forme organiche e più in generale a nuovi sistemi complessi. Si tratta di “una sorta di futuro ombra, che aleggia ai margini dello stato attuale delle cose, come una mappa di tutti i possibili modi in cui il presente potrebbe reinventarsi”. Per comprendere il cambiamento organico si deve però ricordare anche che questo “non è uno spazio infinito, né un campo di gioco totalmente aperto … Ciò che l’adiacente possibile ci dice è che in qualsiasi momento il mondo è capace di cambiamenti straordinari, ma che possono accadere solo certi cambiamenti”[2]. Questa logica si può applicare alla biologia tanto quanto alla cultura, per cui “ogni innovazione apre a sua volta nuovi sentieri da esplorare. Ma alcuni sistemi sono più abili di altri ad affacciarsi su nuovi spazi di possibilità”[3].
Un possibile e cruciale punto di contatto tra il livello fisico-biologico e quello socio-culturale è offerto dal concetto di “memi”: il termine, reso popolare da Richard Dawkins, indica le unità replicanti che sono ospitate nei cervelli umani (e poi nelle memorie computerizzate) e che si comportano per molti versi in modo analogo ai geni. I memi sono pacchetti di informazioni e dunque idee, che possono prendere la forma di parole, credenze, comportamenti, mode. Il loro carattere essenziale è la replicabilità e la variazione (le copie non sono cioè sempre fedeli all’originale), da cui risulta la selezione. Su questa base, l’attività umana che crea un intero mondo di memi è l’imitazione, per cui la nostra specie è particolarmente dotata.
In tale contesto chiaramente evolutivo assistiamo al fenomeno dell’innovazione, secondo lo stesso meccanismo che produce il cambiamento e una crescente complessità nel mondo biologico dominato dai geni. I memi innescano infatti tutte le dinamiche della complessità – anzi, lo fanno a ritmi molto più rapidi dei geni: si può affermare che “il punto di svolta nella nostra storia evolutiva fu quando cominciammo a imitarci l’un l’altro. Da questo punto in avanti un secondo replicatore, il meme, entrò in gioco. I memi cambiarono l’ambiente in cui i geni sono stati selezionati, e la direzione del cambiamento è stata determinata dal risultato della selezione memetica”[4].
Se colleghiamo memi e innovazione, diventano anche più comprensibili le dinamiche che portano al cambiamento nelle società molto complesse del XXI secolo: l’innovazione è un sistema, una sorta di “mente estesa” o uno “spazio di idee” disponibile a chi sappia come accedervi e conosca il linguaggio[5]. Questi processi sono stati analizzati soprattutto nel campo scientifico, tecnologico, e aziendale, ma molti studiosi stanno ampliandone l’applicazione all’economia nel suo insieme, come anche all’arte[6]. Non c’è motivo per tenere fuori da tale corpo di conoscenze e teorie il settore sociale e politico. Sociologi e politologi hanno già a disposizione buoni strumenti per analizzare i diversi ruoli assunti dagli individui nella società, come anche le dinamiche dei gruppi e dei loro interessi, fino al livello delle istituzioni statuali e dei rapporti transfrontalieri tra vari tipi di attori. Il problema è che la stragrande maggioranza delle teorie non incorporano i meccanismi evolutivi (se non in modo assai superficiale), e questa carenza limita gravemente la forza esplicativa – anche a prescindere dalla oggettiva difficoltà di fare previsioni accurate.
E’ qui allora che una prospettiva evolutiva (e memetica) sull’innovazione politica può aiutarci a capire cosa è accaduto e cosa potrebbe accadere in alcuni paesi arabi e mediorientali. Alcuni giovani tunisini hanno deciso di protestare contro un peggioramento delle condizioni economiche in nome della propria “dignità”, e uno di loro si è dato fuoco in pubblico: difficile pensare che volessero stravolgere il Medio Oriente, mentre è facile pensare che volessero esplorare un possibile adiacente. E quando i componenti di un sistema complesso esplorano gli spazi di possibilità, il sistema potrà venire destabilizzato in modo repentino nonostante l’apparente stabilità di partenza.
Evoluzioni e rivoluzioni: questioni di metodo
Tutti gli organismi viventi sono evolutivi, e tutti i sistemi evolutivi sono sistemi aperti in disequilibrio (il cui delicato equilibrio dinamico, o disequilibrio controllato, è mantenuto dal metabolismo, cioè da scambi costanti con l’esterno). Le società e gli Stati, cioè gli oggetti dell’analisi politica e strategica, hanno caratteristiche di sistemi aperti e sono, ovviamente, composti di organismi viventi – oltre che delle loro creazioni intellettuali (costumi, prassi consolidate, istituzioni formali). Come si vede, le analogie tra i due livelli di analisi sono di tipo strutturale e non soltanto metaforico.
E’ per questo che è importantissimo capire i meccanismi del cambiamento in natura, a partire dalla biologia: il biologo evoluzionista Stephen Jay Gould ha sviluppato la teoria degli “equilibri punteggiati”, secondo la quale molti processi organici accelerano improvvisamente producendo delle raffiche, o lampi di attività che seguono lunghi periodi di stasi. Questi fenomeni si osservano in settori apparentemente lontanissimi tra loro, dagli incendi nei boschi ai flussi del traffico cittadino, fino ai contatti sui siti Web[7].
Evoluzione e rivoluzione manifestano un’unica logica nei processi di cambiamento: il nostro compito è capire quando le condizioni evolutive fanno sì che un singolo evento possa produrre una rivoluzione – una rottura dello schema, un “cambiamento di stato” (nel linguaggio dei teorici del caos, che non accidentalmente ricorda anche l’espressione “cambio di regime”). L’esito non deve sorprendere se si capisce il senso dei processi sotterranei, anche se può risultare comunque impossibile prevedere ogni singolo evento in superficie.
L’evoluzione stessa, che è incessante anche quando non colpisce l’attenzione (proprio perché procede sempre sottotraccia), produce inevitabilmente momenti di squilibrio. Non sono quasi mai le grandi variabili a produrre i grandi rivolgimenti: sono invece le piccole variabili che si trovano ad agire nel punto e nel momento “giusto” (come il venditore ambulante di Tunisi) a innescare l’effetto-valanga. Ciò significa che la completa stabilità è soltanto un’illusione. I fenomeni che sembrano improvvisi si rivelano in realtà essere il risultato di graduali processi di cambiamento sottostanti che hanno minato un’apparente situazione di equilibrio: si pensi a un grande edificio che resta in piedi anche mentre si sta scavando un tunnel sotto o attorno alle sue fondamenta, finchè arriva il crollo.
Riguardo ai fenomeni sociali, diventa essenziale trovare il legame tra intenzionalità (potremmo dire libero arbitrio) e dinamiche non intenzionali. Gli studi recenti sui comportamenti collettivi (cioè degli aggregati numerosi, composti di unità che possono anche avere uno spettro limitato e semplice di comportamenti individuali) insistono su un punto: non si può estrapolare il comportamento collettivo dai comportamenti individuali[8]. Il passaggio non si può dare per scontato perché le scelte e le azioni individuali interagiscono con altre azioni e altre scelte, dando vita a fenomeni non lineari che nessuno ha pianificato in partenza – come quando in un grande raduno si coordina la propria posizione soltanto rispetto alla distanza con i propri vicini più prossimi, e in modo approssimativo: l’esito complessivo appare come una danza piuttosto ben coordinata.
L’intenzione dei singoli è certamente quella di perseguire propri obiettivi e interessi, magari perfettamente coerenti e lineari, ma le loro azioni possono mettere in moto reazioni a catena ben più vaste – e dunque non intenzionali e a volte perfino controproducenti. E’ ben noto (anche intuitivamente) che le scelte individuali producono effetti non lineari, cioè talvolta sproporzionati. Ma ciò non vale soltanto per il leader politico o spirituale e per le figure carismatiche; vale anche per le cosiddette “masse”.
Il rapporto tra stabilità e mutamento non è poi simmetrico: una certa prevedibilità è percepita come indispensabile per perseguire altri obiettivi, che possiamo sintetizzare nel termine “prosperità” (ovviamente non solo materiale) e che la Costituzione americana esprime in termini di “ricerca della felicità”. Si può in effetti ricercare una stabilità diversa rispetto all’esistente, ma per ottenerla si deve spesso passare attraverso una fase di forte instabilità. E’ proprio questo il significato di una “crisi”. Chi manifesta in piazza non vuole necessariamente abbattere un regime politico, almeno nelle prime fasi delle manifestazioni; ma le proteste possono montare come la piena di un fiume, i manifestanti possono prendere coraggio e i piccoli episodi possono diventare rivoluzioni.
La sequenza che trasforma l’evoluzione lenta in cambiamento repentino non può essere prevista con precisione, in parte proprio perché gli obiettivi iniziali di chi vuole un cambiamento non sono chiari e sono spesso contraddittori: si vogliono magari ottenere concessioni dal regime, piuttosto che abbatterlo.
Del resto, garantire una basi di ordine e prevedibilità sociale è talmente essenziale che l’intera dottrina dello Stato moderno è stata costruita attorno a questo concetto, per cui (soprattutto nella variante hobbesiana dello Stato) c’è una forte asimmetria a favore della ricerca di stabilità perfino a scapito della libertà. Ciò detto, non esiste una dicotomia secca “libertà-sicurezza”: un maggior grado di libertà dall’intrusione arbitraria del potere politico (di solito attraverso un apparato poliziesco repressivo) è in sé una forma di sicurezza. Inoltre, se le condizioni economiche peggiorano, o comunque ristagnano senza offrire alcuna reale prospettiva alle nuove generazioni, può venire meno la più elementare sicurezza economica (che non è solo sussistenza, ma speranza di miglioramento delle condizioni di vita). Si può allora arrivare a un punto di rottura in cui i vantaggi dello status quo (se non altro la prevedibilità) vengono sovrastati dai potenziali vantaggi di un cambiamento radicale; ciò è vero nonostante i gravi rischi di una protesta contro un regime autoritario e violento.
Tutti questi meccanismi sono ben noti alle scienze sociali e alla teoria politica, eppure la maggioranza degli osservatori si è trovata a commentare le rivolte arabe quasi secondo lo schema interpretativo che il Segretario alla Difesa di G.W. Bush, Donald Rumsfeld, applicò alle difficoltà incontrate dopo l’invasione dell’Iraq: “stuff happens” (le cose accadono). Ci possiamo accontentare davvero di concludere che, di tanto in tanto, “le rivolte accadono”?
Media ed effetto contagio: la propagazione dei memi
I media sono diventati parte integrante dei fenomeni socio-politici. Lo affermiamo e lo constatiamo regolarmente: ad esempio quando osserviamo che gli attacchi terroristici del settembre 2001 sono stati concepiti proprio in quanto eventi mediatici, per cui il loro effetto è stato garantito dall’immediatezza e dalla reiterazione (quasi ossessiva e ipnotica) delle immagini delle due torri. Altrettanto si può dire del fenomeno di Twitter e di You-tube, canali privilegiati per la trasmissione delle informazioni grezze durante le rivolte arabe.
Sembra a volte che il circuito mediatico viva di vita propria, chiedendo di essere nutrito di continue novità, meglio se scioccanti e semplici (cioè di solito semplicistiche), che sono destinate per lo più a sparire tanto rapidamente quanto sono comparse. Se adottiamo una visione metaforica, non comprendiamo però fino in fondo quello che stiamo osservando: siamo invece di fronte a un vero processo evolutivo che ha molte caratteristiche in comune con i fenomeni organici, e dunque letteralmente (non solo metaforicamente) evolutivi. E’ ben noto che l’ecosistema dell’informazione è diventato molto più variegato che nel recente passato, rendendo imprecisa la distinzione tra produttori e consumatori di notizie e di idee.
Ma se è così, allora comprendere e seguire i percorsi dei memi è ancora più decisivo che in passato: quei percorsi sono reticolari, e lo sono sempre stati, dai circuiti neurali del cervello fino ai social network, ma anche ai canali televisivi o alla rete delle ambasciate. Tutti questi sistemi sono palesemente reticolari, anche se tendiamo forse a dimenticare il loro grado di similitudine a livelli diversi.
La rete dei “nuovi media” (considerando gli smart phone, la piattaforma di Internet e i social network come un sistema interconnesso e una sorta di pacchetto) ha reso possibile una rapidità di flussi informativi senza precedenti, e soprattutto la rapida circolazione di immagini. Proprio le immagini hanno probabilmente svolto la funzione di catalizzatori (acceleratori di reazioni), data la loro peculiare capacità di attivare e concentrare le emozioni. C’è poi uno stretto legame tra emozioni e immaginazione – cioè il tipo di processo mentale che consente dei salti verso l’ignoto, anche scavalcando i confini della programmazione lineare, costruita passo per passo. Quando l’immaginazione diventa un fenomeno collettivo si può raggiungere un punto di rottura, in cui l’impensabile viene appunto “pensato” e si trasforma in una possibilità, per quanto improbabile. Questo sembra essere accaduto per la caduta dei regimi tunisino, egiziano, libico, etc.: il fatto stesso di immaginare l’abbattimento di quei leader politici ha spinto migliaia di persone in piazza, testando concretamente la tenuta della classe dirigente e delle forze armate che ne avevano da sempre tutelato gli interessi.
Come abbiamo visto in precedenza, l’innovazione è anche un sistema, collocato al di fuori dei singoli individui, al quale singoli e gruppi possono agganciarsi per allargare il loro spazio di design e di sperimentazione. Quanto più l’aggancio è agevole e rapido, tanto più numerosi saranno i tentativi di sperimentare, perfino senza un preciso percorso intenzionale: i singoli hanno (spesso) dei desideri e degli obiettivi relativamente ben definiti, ma i gruppi numerosi si comportano collettivamente secondo schemi più simili a quelli di uno sciame, cioè non del tutto casuali ma neppure diritti verso una meta seguendo il percorso più breve. Pur con questi limiti, anche gruppi molto numerosi e senza leader chiaramente riconosciuti possono esplorare con più facilità, grazie al Web e agli smart phone, quelle possibilità che abbiamo sopra definito come “adiacente possibile”.
Le nuove tecnologie della comunicazione sono importanti anche perché l’aumentare della massa di informazioni disponibili agevola la cosiddetta “trasmissione orizzontale” per imitazione, cioè il passaggio di idee (memi) da individuo a individuo al di fuori del canale “genetico” costituito dalla famiglia. E’ assai probabile (sebbene non certo inevitabile) che tale tipo di trasmissione assuma connotati generazionali, coinvolgendo soprattutto individui delle stesse classi di età, che condividono linguaggi e schemi di comportamento.
In questo senso, dunque, i media hanno effettivamente avuto un ruolo cruciale, generando un effetto-valanga all’interno dei singoli paesi e poi un effetto-contagio tra paesi diversi. D’altro canto, non hanno potuto creare, di per sé, dei movimenti politici coesi e ben organizzati in tempi brevi. E ciò spiega in buona misura le difficoltà che sperimentano oggi le “rivolte” arabe: oltre alla reazione delle forze più resistenti al cambiamento, si è evidenziata la carenza programmatica dei movimenti giovanili, che non hanno sviluppato delle vere piattaforme di contestazione (né tantomeno di governo) e non dispongono per ora di un’organizzazione strutturata e capillare.
Abbiamo dunque la compresenza di almeno tre elementi: rottura (l’immaginazione), contagio (l’imitazione), e continuità (non solo la reazione anti-rivolte, ma anche l’esplorazione dell’adiacente, che per sua natura è relativamente prudente).
Una conclusione che si può trarre è allora che la sperimentazione dell’adiacente possibile continuerà senza sosta, ora che alcune barriere sono state abbattute. Come per qualunque innovazione, il “momento eureka” e il lampo dell’intuizione devono poi trovare compimento in un faticoso lavoro di connessione con altre “invenzioni” adiacenti e accessorie, di messa a punto e di aggiustamento per tentativi successivi. Non stiamo assistendo alla sconfitta di un tentativo di innovare, ma piuttosto all’inevitabile impatto con le difficoltà ambientali: un’idea può essere buona, ma renderla fruibile richiede molti sforzi ulteriori dopo l’atto creativo. E si deve procedere con i materiali che si hanno a disposizione, qui e ora per così dire.
Molti analisti internazionali hanno dato una valutazione negativa sulle reali prospettive delle “primavere arabe”, sottolineando in particolare che paesi-chiave come Arabia Saudita e Iran sapranno resistere alle forze del cambiamento e contribuiranno a imporre di nuovo un ordine conservatore all’intera regione[9]. E’ probabilmente vero che Arabia Saudita e Iran dispongono degli strumenti per prevenire le spinte rivoluzionarie; ma è anche vero che nel farlo i rispettivi regimi stanno già adattandosi a una pressione ambientale (sotto forma di piccole concessioni, o comunque di costi aggiuntivi per una repressione più sofisticata). Inoltre, l’evoluzione sottotraccia non si è fermata e non si fermerà: le dinamiche che hanno portato alla superficie il malcontento in Tunisia ed Egitto, e aperto fratture profonde in Libia e in Siria, sono tuttora attive – tra i nodi del Web e nelle reti di contatti personali apparentemente disorganizzate.
Ci sono almeno altri due fattori evolutivi che spingeranno a ulteriori cambiamenti. Il primo è l’esigenza di ricercare un migliore assetto socio-economico proprio per evitare nuove rivolte (probabilmente più violente a causa delle aspettative che andranno deluse): ciò significa che i regimi della regione, pseudo-democratici o semi-autoritari che siano, saranno ora tentati di lasciare un certo margine di sperimentazione quantomeno nella sfera economica, non semplicemente nel senso delle “riforme” dall’alto ma piuttosto di un allentamento del controllo statuale.
Un secondo fattore evolutivo da seguire con attenzione è ovviamente l’emergere di partiti islamisti che in alcuni paesi possono ora presentarsi apertamente all’elettorato: è possibile che le rivolte siano state in qualche misura “scippate” dai movimenti meglio (o meno peggio) organizzati, ma resta il fatto che i nodi dei network sono ormai cristallizzati e conferiscono un vantaggio importante ai loro operatori[10]. Su questa base, la dinamica dei social network può uscire dai confini del Web e portare una maggiore differenziazione nella società civile, se riuscirà a sfruttare questa fase di confusione politica – letteralmente, una fase caotica. Senza per questo peccare di ingenuità politica o tecnologica, non dimentichiamo che il caos è una condizione assai feconda.
NOTE
[1] Sui vantaggi di un approccio alla politica che combini l’evoluzionismo con le teorie del caos e della complessità, si veda Roberto Menotti, Mondo caos. Politica internazionale e nuovi paradigmi scientifici, Laterza, Roma-Bari, 2010.
[2] Steven Johnson, Dove nascono le grandi idee. Storia naturale dell’innovazione, RCS, Milano, 2011, p.35.
[3] Ibidem, p.37.
[4] Susan Blackmore, The Meme Machine, Oxford University Press, Oxford, 2000, p.74.
[5] Richard Ogle, Smart World: Breakthrough Creativity and the New Science of Ideas, pp.2-4.
[6] Per il settore economico, si veda tra gli altri Eric D. Beinhocker, The Origin of Wealth. Evolution, Complexity and the Radical Remaking of Economics, Random House, London, 2006.
[7] Uno studio recente offre una panoramica della grande varietà di “dinamiche umane” analizzabili in questa ottica: Albert-László Barabási, Lampi. La trama nascosta che guida la nostra vita, Einaudi, Torino, 2011.
[8] Sulle dinamiche legate al raggiungimento di una massa critica (la “transizione di fase”, nel linguaggio del caos), si veda tra gli altri Philip Ball, Critical mass: how one thing leads to another, Farrar, Straus and Giroux, New York, 2004.
[9] Si veda ad esempio John C. Hulsman, “Why the US presidential race cannot ignore the world – and Europe”, Aspenia online (www.aspeninstitute.it/aspenia-online), 8/11/2011.
[10] Un network su base informatica si può definire come una mappa storica dei rapporti tra gli individui che l’hanno creato. I legami sono elastici e dinamici, ma offrono comunque le basi per attività che i singoli individui non potevano prima svolgere.

















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